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“E il Signore distrusse l’Isola dei famosi†di Toni Jop in “l’Unità †del 6 ottobre 2008
E poi morì. Allegri, non è morto giovane, anzi non sono morti giovani questi eroi della Bibbia, avevano età da favola, poco sotto i mille anni cadauno quando stremati gettavano la spugna e, mentre il tempo inutilmente insidiava le loro esistenze, anche a duecento anni i nostri ultranonni facevano capriole di sesso degne di un ragazzo. Dev’essere per questo motivo che ieri sera, in chiesa, Benigni sorrideva mentre leggeva paziente e solenne come un contadino solenne di fronte ai nipotini a bocca aperta, l’albero genealogico di questa umanità .
Strana avventura, complessa molto, a più piani e, per fortuna, non del tutto governabile dalla regia questa lettura della Bibbia che si è avviata ieri sera tra gli stucchi di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. Evento tv, fatto decollare su Raiuno, poi rintracciabile su Raieducational, giorno e notte fino a sabato, perché la Bibbia se la vogliono leggere tutta intera, per fortuna con annesso il Nuovo Testamento dove i movimenti di scena saranno meno grandiosi ma dove finalmente il Signore si mostra più dolce e clemente. Una lettura a più voci («una sequenza di lettori da mozzare il fiato», ha precisato con orgoglio uno speaker fuori campo) che si avvicenderanno per pochi minuti ciascuna davanti al microfono e, in ossequio alle divinità dei nostri tempi, davanti alla telecamera. Interessante intreccio. Ma su tutti e su tutto, se ci si riesce, la parola, con qualche eccezione. Per esempio, quando Papa Ratzinger ha avviato in collegamento tv (non era lì) la catena non era poi così facile stare a sentire invece che restare abbagliati dal bianco-morbido totale di Sua Santità . Mani appoggiate e ferme con garbo sul leggio, testo in mezzo, capelli bianchi perfettamente composti, voce da pulpito, modello classictrascendente, avrebbe affascinato quel perfezionista di Luchino Visconti. Ma iniziava il gran racconto al quale siamo tutti, più o meno intensamente appesi. Un immenso film senza scene, pura sceneggiatura, ossuta, potente, immaginifica come nessun’altra, con il Signore da un lato, con le sue arrabbiature, con i suoi a volte umorali colpi di scena e dall’altra l’avventura con alti-bassi di una umanità che si dà da fare per rimpolpare la terra di suoi simili, partendo da quel peccato originale che ci ha condannati a soffrire guerre, carestie, malanni, stragi e, se si vuole, Berlusconi. Tra gli stucchi, circa duecento persone molto ben vestite e curate, fuori altrettante ad aspettare il turno, perché man mano che quelli accomodati sfollano, gli altri entrano per leggere o per seguire. C’è il suo bel lato mondano in questa storia che promette un gancio sicuro con il passato, con le origini di tutto mentre l’economia occidentale crolla, i vecchi ordini non tengono più e si massacra volentieri un tipo che ha la pelle più scura di tua sorella. Va bene, andiamo avanti, tornando indietro, magari servisse, prendiamola come uno scongiuro, come la prima isola dei famosi, la madre di tutte le isole dei famosi verso cui operare un transfert liberatorio. Duole, tuttavia, riascoltare come sarebbero andate le cose agli Inizi di questa versione creazionista del mondo. Il modo, per esempio, assolutamente deprimente, con cui ci siamo giocati tutto il ben di dio che avevamo in Paradiso. Duole riascoltare la storia della donna che avrebbe fregato gli uomini e del serpente che avrebbe fregato la donna: lo schema, nella sua spietatezza nei confronti della poca nobiltà dei nostri primi passi, suona un po’ liso e al solito deresponsabilizzante a vantaggio dei maschietti. Forse ha ragione Moni Ovadia quando, riflettendo sull’operazione nel suo complesso, rileva che fatta così, la lettura serve a niente, è piuttosto un’operazione di immagine, senza un minimo di note critiche al margine. Cotta e mangiata, è come leggere il copione del miglior mai stato editato su questa terra, ha il suo fascino, ma basta? Tutti aspettano Benigni, c’è anche lui tra i lettori, pochi istanti prima di Andreotti: ecumenismo in regia. E arriva, senza cravatta, sorridente, bocca a taglio, a taglio come la sua mano quando deve leggere che, dopo otto-novecento anni passati a fare un milione di cose tra cui moltiplicarsi, i nostri eroi della Bibbia, da Adamo a Noé – stiamo parlando della Genesi – lasciano sfiniti la scena. Roberto dice: «E poi morì», e, mano a taglio come per dire «stop», guarda il pubblico senza manifestare il minimo dolore per queste vite illustri che a un certo punto si spengono. Sarà un ingrato? Ma forse no, è davvero divertente seguire le linearissime vicende dei primi grandi padri dell’umanità mentre le signore, inquadrate dalle telecamere tra gli stucchi, si aggiustano il capello. E perché non dovrebbero farlo? Devono scontare fino all’Apocalisse la scena del frutto proibito? Parliamone, e invece si tira diritto perché il fiume della parola così ha deciso. Benigni prosegue: gli è capitato in sorte un brano allegramente notarile della Bibbia, quello delle pressocché inutili discendenze, o ascendenze a seconda da dove le si guardi, dell’umanità . Inutili perché sempre il Signore, pentito per aver creato un essere che stava facendo – lo dice in sostanza proprio Lui – schifo, decide di far piazza pulita con quel disastro di isola dei famosi lasciando in vita solo un famiglione, quello di Noè, e, una volta campionate, tutte le specie viventi, compresi gli infidi serpenti. Segno che il Signore aveva notato come l’uomo fosse ben peggio degli odiati rettili. In chiesa, pubblico a parte, scena rigorosa con qualche caduta di tono: il leggio è un’esplosione di barocco dorato, un vezzo infinito che purtroppo ricorda ai frequentatori televisivi le poltrone di Tbn tv, colate di oro finto su legni impazziti tanto per far sontuoso e miracoloso l’ambiente di questi telepredicatori che ingrassano le tasche tra un sermone e una lettura. Se c’è uno che, nonostante il glamour intrinseco della serata, riesce a permettersi davanti a quel leggio la nonchalance di un qualunque fuoriscena è Giulio Andreotti arrivato poche pagine dopo Benigni che prima di arrivare al settore araldico aveva raccontato la vicenda tristemente nota di Caino e Abele. Andreotti aveva annunciato che sarebbe salito sul palco senza prepararsi e che comunque per lui sarebbe stata una grande emozione partecipare alla catena. Caino o Abele per lui deve essere lo stesso, la ragion di Stato ha le sue sgradevolezze. Piuttosto se la gioca con la vitalità del vecchio Enoch.â€


